Il ritorno del Patto atlantico, pronto a diventare la nuova Lega delle democrazie
Ora tutti vogliono entrare nella nuova Nato perché "funziona"
La copertina dell’Economist di questa settimana illustra lo stato catastrofico delle organizzazioni internazionali. Dall’Unione europea alle Nazioni Unite, dal Fondo monetario internazionale all’Opec, dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica all’Unione africana, dall’Organizzazione mondiale del commercio al Comitato olimpico internazionale, è una torre di Babele, da cui si alza un coro di “no”.

Bruxelles. La copertina dell’Economist di questa settimana illustra lo stato catastrofico delle organizzazioni internazionali. Dall’Unione europea alle Nazioni Unite, dal Fondo monetario internazionale all’Opec, dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica all’Unione africana, dall’Organizzazione mondiale del commercio al Comitato olimpico internazionale, è una torre di Babele, da cui si alza un coro di “no”, “nein”, “nil”, “yok”, “yok”, “congratulazioni presidente Mugabe”, “abbiamo finito il contante, chiedete alla Cina”, “psst la vuoi una bomba nucleare?”, “nessuno ha visto la torcia olimpica?”. In cima c’è il G8, il club delle otto potenze industrializzate, che si riunisce la prossima settimana in Giappone, impotente di fronte all’economia globale che va a rotoli, all’inflazione che raggiunge nuove vette e al prezzo del petrolio sul punto di superare i 150 dollari al barile. C’è anche la Nato, secondo l’Economist specializzata in “infighting”, gli scontri interni tra gli stati membri sul numero di soldati da mandare in Afghanistan, l’allargamento a Est e lo scudo antimissilistico americano.
Eppure, tra tutte le istituzioni internazionali, la vecchia Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, creata nel 1949 per difendere l’Europa e l’occidente dalla minaccia sovietica, appare come quella meno in crisi. Anzi. Data per morta e sepolta con la caduta del Muro di Berlino, considerata obsoleta dopo l’11 settembre 2001, sempre sul punto di perdere la sua credibilità in Afghanistan, la Nato ha saputo riformarsi, intraprendere un processo di rinnovamento ancora in corso, tanto che oggi rimane uno dei pochi pilastri solidi per gestire le crisi globali. “La sfida dell’occidente dopo la Guerra Fredda è di costruire una nuova Nato per rendere sicure le instabili frontiere orientali e meridionali dell’alleanza”, scrivevano Ronald Asmus, Richard Kugler e Stephen Larrabee su Foreign Affairs 15 anni fa. Oggi la nuova Nato tutti la vogliono.
Bombardieri russi in volo. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, si appresta a fare il suo grande rientro nel comando militare integrato, abbandonato dal generale Charles de Gaulle nel 1966, e pensa di rafforzare la Difesa dell’Ue per renderla “complementare” alla Nato negli interventi militari nel mondo. La Polonia chiede la Nato dell’energia, e di energia l’Alleanza ha cominciato a occuparsi al suo ultimo Vertice di Bucarest. Ucraina e Georgia, le due più giovani democrazie dello spazio ex sovietico, continuano a pretendere il Membership action plan, primo passo verso l’adesione, nonostante l’ostilità di Mosca, Berlino e Parigi. Tutti i paesi europei dell’ex Patto di Varsavia, con l’eccezione della Russia, sono già entrati o in procinto di farlo. Nei Balcani solo la Macedonia (per ragioni di nome), il Kosovo (a causa del suo status) e la Serbia (ma non per molto) non hanno ancora avviato i negoziati di adesione. Con il ritorno dei bombardieri russi, anche i paesi scandinavi come Svezia e Finlandia pensano di aderire: “I paesi nordici non possono generare da soli abbastanza peso politico e militare”, spiega il ministro della Difesa svedese, Sten Tolgfors. Mosca è stata coinvolta nel 2002 attraverso un apposito Consiglio Nato-Russia, istituito al Vertice di Pratica di Mare ospitato da Silvio Berlusconi, e il Cremlino ha da poco autorizzato il transito dei cargo Nato diretti in Afghanistan. Ci sono una partnership con 23 paesi dell’ex Urss e un Dialogo mediterraneo che mette assieme Israele, Egitto, Giordania, Tunisia, Algeria e Marocco. Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del sud sono “contact countries”, con cui la Nato ha firmato specifici accordi di cooperazione.
Bombardieri russi in volo. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, si appresta a fare il suo grande rientro nel comando militare integrato, abbandonato dal generale Charles de Gaulle nel 1966, e pensa di rafforzare la Difesa dell’Ue per renderla “complementare” alla Nato negli interventi militari nel mondo. La Polonia chiede la Nato dell’energia, e di energia l’Alleanza ha cominciato a occuparsi al suo ultimo Vertice di Bucarest. Ucraina e Georgia, le due più giovani democrazie dello spazio ex sovietico, continuano a pretendere il Membership action plan, primo passo verso l’adesione, nonostante l’ostilità di Mosca, Berlino e Parigi. Tutti i paesi europei dell’ex Patto di Varsavia, con l’eccezione della Russia, sono già entrati o in procinto di farlo. Nei Balcani solo la Macedonia (per ragioni di nome), il Kosovo (a causa del suo status) e la Serbia (ma non per molto) non hanno ancora avviato i negoziati di adesione. Con il ritorno dei bombardieri russi, anche i paesi scandinavi come Svezia e Finlandia pensano di aderire: “I paesi nordici non possono generare da soli abbastanza peso politico e militare”, spiega il ministro della Difesa svedese, Sten Tolgfors. Mosca è stata coinvolta nel 2002 attraverso un apposito Consiglio Nato-Russia, istituito al Vertice di Pratica di Mare ospitato da Silvio Berlusconi, e il Cremlino ha da poco autorizzato il transito dei cargo Nato diretti in Afghanistan. Ci sono una partnership con 23 paesi dell’ex Urss e un Dialogo mediterraneo che mette assieme Israele, Egitto, Giordania, Tunisia, Algeria e Marocco. Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del sud sono “contact countries”, con cui la Nato ha firmato specifici accordi di cooperazione.
Nonostante tutti i difetti, la storia recente della Nato è fatta di successi militari e politici. I bombardamenti dell’Alleanza contro la Serbia nel 1995 e nel 1999 hanno fermato il genocidio in Bosnia e la pulizia etnica in Kosovo. Ancora oggi 16 mila soldati della Kfor garantiscono la sicurezza e la stabilità nella complicata nascita dello stato kosovaro. In Afghanistan, l’Isaf ha mostrato molti limiti, ma dall’ultimo Vertice di Bucarest anche i membri più reticenti si stanno assumendo le loro responsabilità: la Francia ha inviato mille soldati in più a combattere a fianco degli americani a est, l’Italia ha tolto i caveat che impedivano di andare in soccorso agli alleati nel sud e la Germania ha appena annunciato che aumenterà di un terzo il suo contingente portandolo a 4.500 uomini.
L’Amministrazione Bush è stata in prima linea nel trasformare l’Alleanza Atlantica da struttura puramente difensiva a gendarme prima regionale e poi globale. Allo stesso modo, in continuità con l’Amministrazione Clinton, George W. Bush ha spinto per rimodellare geograficamente la Nato, portando i suoi confini fino alla Russia. L’ampliamento dell’ombrello militare ha contribuito alla stabilità dei paesi dell’est europeo, mentre la prospettiva di adesione è servita da catalizzatore per le riforme e la democrazia. Bush ha assistito l’ingresso di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, Albania e Croazia. In Turchia è la Nato a frenare un colpo di stato dei generali laici contro il partito islamista moderato al governo. Prima di andarsene dalla Casa Bianca, il presidente americano vuole invitare formalmente la Macedonia e concedere il Membership action plan a Ucraina e Georgia. Con l’arrivo di leader atlantisti e meno ostili alla Nato a Parigi e Berlino, Bush lascia in eredità “un’Alleanza Atlantica robusta”, dice Matthew Kaminski del Wall Street Journal. Il prossimo vertice dell’Alleanza nel 2009 sarà organizzato congiuntamente da Francia e Germania a Strasburgo e Kehl.
La nuova Nato, però, tutti la odiano. Compresi alcuni suoi membri che, come la Germania, non sopportano le richieste di condividere le responsabilità nei conflitti, se ne infischiano degli investimenti nella Difesa e litigano sulle future adesioni. Secondo John Vinocur, columnist dell’Herald Tribune, alcuni aspetti del piano di Sarkozy di reintegrare l’Alleanza in cambio di un comando militare Ue, “assomiglia molto a un tentativo di Jacques Chirac e Gerhard Schröder nel 2003 di istituire un struttura esclusivamente europea ai margini della Nato”.
Ma è soprattutto la Russia a non tollerare l’Alleanza Atlantica. Nell’ultimo decennio Mosca ha dovuto subire i bombardamenti contro la Serbia, l’accerchiamento progressivo e l’arrivo della Nato fin dentro ai suoi ex confini sovietici (ora gli stati baltici, in futuro Ucraina e Georgia), i progetti di difesa antimissilistica americana in Polonia e Repubblica ceca, fino all’indipendenza del Kosovo. L’ex presidente, Vladimir Putin, ha attinto dall’arsenale retorico e strategico da Guerra Fredda per rispondere alle minacce agli interessi russi: missili nucleari puntati contro lo scudo antimissilistico americano in Polonia e Repubblica ceca, ricatti energetici a Kiev e Tbilisi che vogliono aderire, bombardieri di nuovo in volo ai confini dello spazio aereo Nato per rispondere all’accerchiamento della Russia. Il nuovo presidente, Dimitry Medvedev, si è appena lanciato in una nuova offensiva diplomatica per chiedere un nuovo ordine di sicurezza in Europa all’insegna del motto “l’atlantismo come solo principio storico è finito”. L’obiettivo del Cremlino è di assicurarsi, “se non un diritto di veto, almeno un diritto di parola sulla strategia occidentale” e su tutto quanto accade in Europa, spiega Daniel Vernet del Monde.
Mosca tenta anche la carta di una sua “Nato dell’Est”: l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, nel 2007, si è lanciata in esercitazioni militari a cui hanno preso parte Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Seimila soldati e oltre settanta elicotteri hanno partecipato alle manovre, seguite personalmente dai presidenti Vladimir Putin e Hu Jintao. L’Iran ha chiesto di entrare nel Gruppo di Shanghai perché – come ha detto il suo presidente, Mahmoud Ahmadinejad – “riuscirà a prevenire l’uso della forza e delle minacce e il tentativo di imporre la propria volontà da parte di alcune potenze”. L’obiettivo strategico dello scudo anti-missilistico americano è annullare il potere di ricatto di un missile nucleare iraniano diretto contro una città europea, se l’occidente decidesse di intervenire contro il blocco del transito del petrolio del Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz da parte della Repubblica islamica. La Nato garantisce con un suo scudo la copertura dei paesi fuori dall’ombrello degli intercettori americani. Ma “dobbiamo continuare a modernizzare”, ha spiegato il 25 giugno scorso il generale canadese Ray Henault, prima di lasciare l’incarico di comandante del comitato militare all’ammiraglio italiano Giampaolo Di Paola. Secondo Henault negli ultimi anni sono stati fatti molti progressi per adattare le strutture al mondo moderno, ma rimangono ancora dei residui “dell’organizzazione di difesa statica di fronte alla minaccia sovietica”.
La Nato è ancora una “macchina burocratica”, mentre è necessario che “il quartier generale sia in grado di adattarsi e reagire più rapidamente”, ha spiegato Henault: il conflitto in Afghanistan insegna che “i comandanti sul terreno hanno bisogno di decisioni”. Concetti ripetuti da un documento strategico pubblicato in gennaio con cui quattro ex alti responsabili militari dell’Alleanza – il tedesco Klaus Naumann, il britannico Lord Inge, l’americano John Shalikashvili, il francese Jacques Lanxade e l’olandese Henk van den Breemen – hanno proposto una “grande strategia in un mondo incerto”. Sul piano militare, l’Alleanza deve essere più rapida e flessibile, i caveat nazionali devono essere ridotti, i suoi membri devono rispettare gli impegni e essere esclusi dal processo di decisione se non hanno soldati sul terreno, l’occidente deve essere pronto a usare un attacco nucleare preventivo per fermare “l’imminente” diffusione delle armi di distruzione di massa.
Ma “concentrarsi sugli strumenti tradizionali di sicurezza non è più sufficiente”, spiegano i generali: “In questo periodo di cambiamenti rapidi e fondamentali, non c’è garanzia che le nazioni occidentali emergano come vincitrici, se lasciano le cose andare per conto loro”. Di fronte al fanatismo politico e religioso, al terrorismo internazionale e alla diffusione delle armi di distruzione di massa (il “dark side della globalizzazione”), i cambiamenti climatici e l’insicurezza energetica, la debolezza degli stati nazione e delle organizzazioni internazionali come Ue e Onu. E’ soprattutto sul piano politico che si gioca il futuro della Nato. Gli ex generali propongono la creazione di un “direttorio” formato dai leader di Stati Uniti, Ue e Nato per rispondere rapidamente alle crisi. Senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza, quando “un’azione immediata è necessaria per proteggere un ampio numero di esseri umani”.
L’allargamento deve continuare, senza frontiere geografiche, ma invitando soltanto i paesi in cui sono rispettati gli “standard dei membri Nato” su democrazia, rispetto dei diritti umani, stato di diritto e good governance. Nel medio periodo, secondo gli ex generali, occorre creare altri due cerchi di cooperazione: una Zona di Sicurezza Comune (la Russia, lo spazio ex sovietico, il Mediterraneo) e un’Area di Stabilità Esterna (il resto del mondo, comprese India e Cina, dove la Nato dovrebbe promuovere la stabilità attraverso “cooperazioni permanenti o ad hoc”). L’agenda di lungo periodo degli ex generali prevede di abbandonare “il concetto a due pilastri della cooperazione Stati Uniti-Europa” e la dimensione strettamente militare, a favore di “un’alleanza delle democrazie dalla Finlandia all’Alaska”. “Non c’è sicurezza per l’Europa senza gli Stati Uniti, ma non c’è speranza per gli Stati Uniti di sostenere il suo ruolo di sola superpotenza senza gli europei come alleati”. Passa dalla politica il nuovo “bargain transatlantico” e gli scenari che si aprirebbero sono di un sempre maggior “grado di integrazione”. Fino a “un’alleanza delle nazioni democratiche”, dicono gli ex generali. Il candidato repubblicano John McCain non deve andare a cercare molto lontano: l’emrione della sua Lega delle democrazie c’è già e ha il suo quartier generale a Bruxelles.